SCENARIOnews - N° 2 - febbraio 2006

Niente è ancora a posto
intervista a Mario Gelardi e Giuseppe Miale di Mauro (decimopianeta)
di Marta Porzio

Parlare di Napoli, da napoletani, è un’operazione complessa o quantomeno delicata. Difficile riuscirci senza cadere nello stereotipo, senza trovare resistenze di vario tipo che condizionino il lavoro. Resistenze esterne, di facile (pre)giudizio, ma anche interne, nella misura in cui, per ognuno, la città entra nella propria storia/identità. Ancora più difficile parlarne quando si è mossi da fatti reali, quando al coraggio si affianca la denuncia.
Quattro, il lavoro con cui decimopianeta ha vinto il Premio Ustica, trae spunto da un recente assassinio di camorra, che a Napoli ha suscitato un clamore particolare, tanto che per un po’ la città sembrava fosse finalmente più forte del suo male. Quattro non si unisce a questo clamore, per scelta ne resta fuori, per “onestà”, se vogliamo, o comunque perché, col teatro, per fortuna o per sfortuna, anche la denuncia diretta riesce a diventare altro da sé. Ce lo raccontano gli autori, Mario Gelardi e Giuseppe Miale di Mauro.

Come mai siete partiti proprio dall’episodio di Annalisa Durante?

Perché crediamo abbia rappresentato l’apice di una situazione che volevamo da tempo raccontare. Siamo partiti dall’episodio per raccontare Napoli. L’abbiamo usato come simbolo di una città, di un modo di pensare, di parlare… L’abbiamo voluto raccontare senza convivere con quello che concretamente questo episodio ha scatenato. Abbiamo deciso di distanziarcene, sia per creare un tessuto drammaturgico più forte che fosse teatro civile e non “teatro-cronaca”, sia per non essere conniventi con un modo di pensare che ha riportato comunque le cose a posto. Per chi ha coscienza civile niente è ancora a posto.
I napoletani non amano sentir parlare di camorra: la camorra, finché non uccide apertamente, non c’è, e quando uccide c’è solo per qualche giorno.
Nel nostro testo convivono quattro ceti sociali della città, che si sfiorano tutti i giorni, ma non si incontrano mai: l’alta borghesia dei quartieri “bene”; la classe media che nel nostro caso proviene dalla periferia; la classe della gente “perbene”, che vive onestamente pur a stretto contatto con la camorra, quindi ne è connivente, con o senza consapevolezza; e la classe bassa dei veri e propri delinquenti. Raccontiamo le vite di quattro personaggi che corrispondono a questi ceti e che tra loro non parlano mai, tanto non si capirebbero. Si sfiorano. Sono accomunati solo da un legame con la morte della bambina, ne sono tutti e quattro testimoni, e in qualche modo hanno avuto un ruolo nella sua vita.

Cerchiamo di raccontare questi quattro mondi che non si conoscono tra loro perché pensiamo che molta parte del pubblico è limitata al proprio mondo. Se non ti sparano nelle gambe o non ti rubano la macchina, uno perché dovrebbe avere a che fare con gli altri mondi, non c’è nessun motivo di contatto… Pensare ancora al povero ragazzo che si ritrova nella situazione di dover rubare o uccidere a Napoli è ridicolo: se si pensa che spacciando cocaina o altro si arriva a svariate migliaia di euro giornaliere, chiedere a queste stesse persone di fare i pizzaioli o corsi professionali… non le convinci. Finché ognuno vive nel proprio ambito sociale è facile non avere grandi problemi, è facile non scontrarsi.

L’impegno civile che avete espresso nei contenuti può in qualche modo essere anche un impegno di distribuzione più “coraggiosa”? Come si fa ad arrivare ai “conniventi” di cui parlate?

No, non ci arriviamo. Non ci arriva la società civile, figuriamoci il teatro. Il nostro dovere è testimoniare, essere presenti e ricordare quello che succede a quante più persone possibile. Pensare di incidere minimamente sulla mentalità, la cultura o la non cultura non è possibile.
Quattro è uno spettacolo che tenta di dire la nostra verità, quella che noi viviamo, o almeno di ricordare lo stato dei fatti in questo momento. Sarebbe bello riuscire a portarlo nelle scuole.

Come avete vissuto l’esperienza del Premio Ustica?

Alla prima selezione pensavamo di essere andati male, ci eravamo rassegnati, quando ci hanno chiamato per la tappa successiva. La cosa che ci ha molto sorpreso è che in ogni tappa ci facevano moltissime domande su Napoli più che sullo spettacolo. Erano curiosi di conoscere le dinamiche della città. Questa cosa accompagnerà sempre questo lavoro.
Partecipare al premio è stata un’occasione importantissima per come siamo stati seguiti. La cosa difficile è che più si va avanti nella selezione più diventa faticoso sostenerla economicamente. È uno sforzo andare avanti, per noi ne è valsa la pena anche perché abbiamo vinto, certo, il gioco è valso la candela.

decimopianeta
c/o Mario Gelardi - via Consalvo, 109 - 80125 Napoli
cell. 338 9798107
e-mail: decimo_pianeta@libero.it

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