SCENARIOnews - N° 2 - febbraio 2006

Confessioni di un giurato
riflessione di Gregorio Scalise (poeta e drammaturgo)

I lavori della giuria del Premio Ustica hanno fatto emergere sei spettacoli, dei quali un significativo assaggio è stato dato in occasione della scelta del vincitore e del segnalato.
Nonostante il meccanismo abbia mostrato di funzionare, durante l’esame finale si è pensato che non sempre i gruppi sanno “tagliare” opportunamente le cose da esibire.
Tale, ad esempio, è il caso della compagnia di Civitavecchia Teatropersona, presentatasi con un testo che definire ambizioso sembra poco. Theresienstadt (la città che Hitler regalò agli ebrei) rientra in quel genere spettacolare profondamente drammatico in cui si è costretti a ridere prima della morte. Ci hanno provato, come si sa, Roberto Benigni e il suo stretto collaboratore Vincenzo Cerami con La vita è bella: l’idea della favola li ha parzialmente salvati, inoltre era lecito spostare l’intero asse del film da una rappresentazione del nazismo alla rappresentazione del rapporto padre-figlio. Recentemente la scrittrice francese Amèlie Nothomb, (Metafisica dei tubi, 2000; Cosmetica del nemico, 2001…) ha ambientato in un lager storie di cabaret e spettacolo. Naturalmente la cosa ha fatto scandalo, la polemica con i negazionisti è sempre in agguato e qualcosa ne sa lo storico Irving, recentemente tradotto in carcere in Austria, dove l’apologia del nazismo è reato. Si pensi, fra l’altro, alla recente polemica fra Luciano Canfora e l’editore bavarese Beck, che si è rifiutato di pubblicare un libro dello storico, accusandolo, fra le righe, di essere un negazionista di sinistra. Sono, come si vede, temi ancora scottanti e dolorosi: pur fra perplessità e voci contrarie, a Benigni, La vita è bella andò bene, ma la questione resta. La compagnia di Civitavecchia Teatropersona, con la scelta fatta in occasione del premio, ha mostrato sin da subito di essersi accollata un peso gravoso per le sue giovani spalle. Avere una buona idea non sempre è sinonimo di comprendere e saper dominare o trattare un tema. A dirla tutta, questa è una questione generale, non solo della compagnia in questione.
La segnalazione è andata a ’A noce della milanese Compagnia del Pappicio, ottima prova d’attrice di Barbara Apuzzo, che è anche autrice di un monologo condotto con professionalità, che tocca punte emotive molto penetranti, proprio a volte per la semplicità del dettato. Mentre la palma l’hanno ricevuta i napoletani Decimopianeta con Quattro, un lavoro che si distingue per il richiamo al mito e per la volontà di caricare di senso un episodio di cronaca; nel tentativo di uscire dall'orizzonte della banalità del male e cogliere lo sfondo delle motivazioni e dei compartimenti. (Ma sui progetti vincitore e segnalato altri avvicinamenti sono presenti in questa newsletter attraverso le interviste ai protagonisti e gli scritti del “laboratorio per lo spettatore”).
Bisogna anche ammettere che non è sempre facile selezionare, vale a dire sentenziare tu sì e tu no. Ad esempio Viene l’ultima guerra di e con Riccardo Bani e Roberto Testa presentava un attore con quasi niente in scena, tutto appoggiato sull’energia e la passione teatrale di un giovane che si trovava a impersonare un alpino (magari veneto) e un arabo. L’alpino si trova sul Don, l’arabo non si capisce dove, ma è certo che deve commettere un’azione militare, un attentato. Entrambi i giovani sono per così dire fuori dalla storia (verrebbe da dire sbrigativamente: non ne vogliono mezza), ed è proprio questa estraneità il minimo comune denominatore del testo e il suo motore drammatico. Se si pensa alla carenza di mezzi e di attrezzi scenici, sul piccolo palco solo pentole e pignatte, non si può non ammirare questo entusiasmo giovanile e questa voglia affabulante e auto-immaginaria.
Se qui non si parla di tutti e sei i finalisti non è per mancanza di interesse o rispetto, ma solo per chiudere entro limiti accettabili questa riflessione. Così, viene da dire, con una storiografia tanto pesante sulle spalle (e nell' inconscio) è anche chiaro che la sensibilità della giuria sia stata attratta e sedotta da temi forti. E così Napoli fa la parte del leone, l'episodio della ragazzina uccisa per sbaglio in una sparatoria di camorra catalizza l'attenzione. Se poi la vicenda si snoda attraverso piani intrecciati che uniscono personaggi diversi, è difficile non mettere in primo piano un testo e uno spettacolo come questo.
Anche Edipo in faida del gruppo romano Vittorio Continelli e Bundesliga 44 dei milanesi Lafabbricadellapasta hanno suscitato in giuria accese discussioni, ma il tema napoletano era forte e ineludibile.
La strage di Ustica è uno degli episodi più oscuri della storia italiana, recentemente due ricercatori avrebbero dimostrato con sofisticate apparecchiature che la causa fu un missile, come per altro sostenuto dall’Associazione dei Parenti delle Vittime, praticamente da sempre. I testi, dunque, che concorrono a questo premio devono in qualche modo mettere in risalto il gioco dei poteri, dei soprusi, il gioco delle cosiddette zone grigie. D’altra parte non è possibile chiedere ai giovani (che non sempre ne sono a conoscenza) opere riguardanti le tragedie del nostro recente passato. Inoltre alcune componenti di questo passato sono tabù; di esse, come è stato autorevolmente detto, abbiamo le prove sociali, morali ma non quelle giuridiche, le quali prove col passare del tempo diventano sempre più inattingibili. Il famoso “io so” di Pasolini, il celebre articolo dal titolo Il romanzo delle stragi è rimasto tale da quel 1975: Pasolini dichiarò di sapere ma non di conoscere i nomi. Stessa cosa trent’anni dopo.

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