SCENARIOnews - N° 2 - febbraio 2006

Il vuoto germinatore
conversazione con Francesca Proia
di Massimo Marino

La prima volta che ti vidi, eri poco più che una ragazzina. Mi colpì la tua presenza forte nell’Ippolito di Ermanna Montanari. Ricordo un corpo grande, possente, e un viso giovanissimo. Invadevi lo spazio con una evocazione molto fisica del Minotauro. Era qualcosa di diverso, di più della danza. Era il 1995: avevi vent’anni. Credo di averti incontrato in qualche altro spettacolo, forse di Monica Francia, dopo. Poi ti ho rivisto, molto cambiata, assottigliata nel fisico, nello studio di Refettorio presentato da Habillé d’Eau al Premio Scenario 2003. La forza e la potenza erano sempre le stesse, ma come distillate non più in esplosioni d’energia ma in un gesto intenso, più concentrato, quasi imploso. Puoi raccontare come sei arrivata alla danza, il tuo cammino di formazione a Ravenna e fuori Ravenna? E poi la tua ricerca verso i territori dell’Oriente, lo yoga e la danza butoh.

La mia iniziale formazione è legata alla danza classica (dapprima a Ravenna e in seguito all’Accademia di Montecarlo, grazie all’interessamento di Monica Ratti), e dunque legata all’idea di sforzo, di adattamento del corpo a segni estremamente precisi. Lo studio della danza classica è stato per me l’ingresso nell’alfabeto silenzioso delle forme. L’idea della forma come varco che apre alla contemplazione di uno spazio l’ho assunta inizialmente proprio dalla struttura della danza classica.
Poi mi sono interessata a un altro sistema, lo yoga, che contiene anch’esso un alfabeto estremamente preciso: infinite posture, che creano dei nodi nel corpo, e che il corpo assume per svelare l’illusorietà dello spazio in cui si trova.
Attraverso le posture immobili dello yoga il corpo trattiene solo il minimo di tensione indispensabile, e assume perciò le qualità della pietra, del residuo, dell’oggetto, che comunica nello spazio circostante attraverso una vibrazione.
L’idea della condivisione di forze indefinibili con il pubblico, attraverso lo spazio, l’ho poi ritrovata anche nella danza butoh, che ho incontrato più tardi.
La danza butoh però, al contrario di altre tecniche, per sua natura non può esistere come codice. La danza butoh è commovente quando è pura combustione, e dà vita, nel suo accadere, a qualcosa di originale e irripetibile. Non sto naturalmente parlando di improvvisazione, ma di tutto ciò che nella danza non si vede, e che accade oltre, e grazie, alla struttura coreografica.

Quindi ti ho incontrato in compagnia con la Socìetas Raffello Sanzio, in alcuni episodi della Tragedia Endogonidia, con un ruolo, specie negli episodi di Londra e di Marsiglia, da solista, con il corpo che misurava e reinventava lo spazio, figura cangiante, ambigua. Poi ho visto i tuoi scorticanti assoli, Buio luce buio del 2004, presentato a Roma a Enzimi, segnalato al Festival Iceberg 2005 a Bologna, e in Qualcosa da Sala, segnalato al Premio Scenario 2005. Come sei arrivata a maturare questi lavori e la necessità di stare sola in scena?

La presenza solitaria in scena fino a oggi è stata molto importante nel mio lavoro, perché mi è più naturale comporre per un unico segno che intesse un rapporto intimo con lo spazio. Inoltre, il teatro è per me qualcosa di non quotidiano, è il desiderio di un altro mondo: invece tra più persone in scena è molto più facile ricreare una dimensione quotidiana di relazioni, e lasciare emergere perciò l’aspetto razionale rispetto a quello di condivisione spirituale: un unico corpo in scena è un segno perso nello spazio.

Nel frattempo mi arrivavano tuoi comunicati pubblicitari su corsi di hata yoga. Cosa significa questa disciplina per te? È una tecnica, una pratica, uno strumento di allenamento per il corpo, per la mente, una risorsa per la creazione?

È sicuramente tutto ciò.
Lo yoga è per me un luogo ancora in gran parte misterioso. Poiché è un sistema estremamente vasto, mi sorprende continuamente.
È inoltre difficile semplificare il paradosso dello yoga, che è desiderio di annullare la realtà attraverso la sua messa a fuoco. Tutto deve essere oggetto di conoscenza per percepirne l’illusione. La concentrazione sul corpo porta al suo superamento, la ricchezza di forme, spostamenti, colori, immagini, posture, sillabe che caratterizza lo yoga è una continua preparazione verso uno stato di vuoto, di non definibile.
Qualcosa da Sala è nato sotto quest’idea dello svelamento, della concentrazione sulle forme, sui colori; e sulle figure come supporti ottici per la meditazione, come ponti verso l’incontro col proprio vero volto.

Qualcosa da Sala, come già Buio luce buio, esplora le ambiguità della figura (e della condizione) umana. Presenta un dietro che può essere un davanti e un davanti che può essere un dietro, un corpo senza volto al quale si possono sovrapporre maschere infinite, membra che si slogano e si scompongono negando, frantumando l’idea di unità dell’aspetto, del soggetto, rendendo inorganica, scultorea, la materia umana. Una deriva che è anche esplorazione dello spazio, di oggetti, guidata da una musica elettronica che in certi momenti evoca suoni della natura o che fa scoppiare l’immobilità e il silenzio. Come ti muovi tra queste e altre opposizioni, contraddizioni?

Ci sono in Qualcosa da Sala, alcune figure che si creano, e si dissolvono. Allo stesso principio risponde lo spazio: si dà alla vista uno spazio e questo si trasforma poco dopo, per aprire a un altro luogo più nascosto, che svela ogni volta l’illusorietà del precedente. È uno spettacolo fluido, che si apre continuamente, costruito come quelle serie di immagini che servono come guida nella meditazione, fino ad avere l’impressione che la stessa presenza umana sia illusoria, nel suo porsi come oggetto. La maschera, con cui il corpo ha un rapporto intimo, è imperturbabile e aumenta questo senso. La musica di Oskar Sala è per eccellenza una musica viva per un luogo vuoto. Come un pianoforte suonato da nessuno. Eppure, a volte, anche dalla figura mascherata emerge qualcosa di incontrollato, un altro senso corporeo, di nuovo uno svelamento, come una magia che svela i suoi trucchi, e fa di questa momentanea delusione di aspettative uno strumento per procedere oltre.

Con l’uso delle musiche di Oskar Sala (1910-2002) e del trautonium, strumento elettronico inventato intorno al 1930, richiami alla mente anche l’espressionismo; la maschera di un volto spigoloso ricorda certe sculture arcaiche amate dai Fauves, i tuoi gesti gettano ponti tra la modernità novecentesca, l’arcaico, l’oriente, la danza contemporanea più radicale. Come ti muovi tra citazione, ricerca, creazione?

Nel caso di Qualcosa da Sala abbiamo tratto ispirazione principalmente dalla musica e dallo yoga.
Ho cercato di porre molta attenzione alla costruzione dello spazio, perché vi fosse equilibrio e rigore nella visione. I riferimenti visivi sono dunque soprattutto elaborazioni di schemi per la meditazione, a esempio gli Yantra, che sono raffigurazioni di tipo geometrico, di vari colori, che rappresentano ciascuno una divinità, la quale è considerata presente in essa durante l’atto di fissazione oculare. Sono perciò figure geometriche e allo stesso tempo corpi. Tutti questi riferimenti vengono inevitabilmente contaminati dalla cultura in cui vivo, prendendo forme inaspettate, che però non percepisco come un tradimento, perché cerco di rispettarne l’origine e lo spirito.

Una notazione: nei tuoi scritti sullo spettacolo ritorna molto la figura del vuoto: parli di corpo e spazio in rovina, inabitati; di spazio vuoto come specchio di una mente assorta in meditazione; di vuoto come condizione che fa germinare le figure. Puoi spiegare queste corrispondenze?

Credo che la risposta a questa domanda sia ormai presente in alcune risposte più sopra.

Cosa ha significato per te il Premio Scenario?

Il Premio Scenario ha dato visibilità al mio lavoro, mi ha permesso anche di conoscere persone con le quali approfondire le direzioni artistiche del mio lavoro.

Collabori con Danilo Conti e con l’Associazione Tanti Cosi Progetti di Ravenna. Quali sono i tuoi progetti futuri?

Assolutamente desidero continuare e approfondire la collaborazione con Danilo Conti, con il quale mi trovo in perfetta sintonia, e che sorprende e arricchisce il mio lavoro con suggestioni anche provenienti dal teatro di figura. Quando si incontra una persona con la quale c’è affinità si percepisce un senso di fluidità nel processo di attuazione di un progetto, e ciò che prende corpo non appartiene a nessuno, vive di una paternità congiunta che rende le figure indecifrabili, misteriose.
Una tale affinità è molto rara, ma finora sono stata molto fortunata perché ho potuto incontrare, oltre a Danilo, persone come Monica Francia, Romeo Castellucci e Silvia Rampelli, con le quali ho condiviso questo senso, e che hanno arricchito il mio lavoro.

Francesca Proia
via Cividale, 7 - 48100 Ravenna
tel. 0544 404693
e-mail: francescaproia@inwind.it

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