SCENARIOnews - N° 2 - febbraio 2006

Per un teatro spezzettato e carnivoro
intervista a Daniele Villa (Teatro Sotterraneo)
di Francesca Savini

4 Attori, 1 dramaturg e 1 organizzatore. La compagnia Teatro Sotterraneo è così strutturata. Età media 25 anni. Ragazzi davvero giovanissimi, alla prese con la loro opera prima, 11/10 in apnea, progetto segnalato alla 10ª edizione del Premio Scenario. I 20 minuti di spettacolo sono diventati uno spettacolo completo che ha debuttato a Roma al teatro Furio Camillo il I ottobre. Daniele Villa, il dramaturg del gruppo, ci parla del processo che ha portato la compagnia a completare lo spettacolo.

Il processo produttivo dalla segnalazione al debutto è stato complesso. Si è trattato di mettere da parte i 20 minuti per liberarcene un po’ per non rimanere impantanati. Siamo andati avanti con lo stesso meccanismo produttivo che ci caratterizza, cioè l’improvvisazione ripresa con la videocamera, il testo prodotto di pari passo con le prove e il confronto collettivo. Abbiamo lavorato su materiale che avevamo da parte, che ci interessava sviluppare e montare. Avevamo 10 minuti che precedevano i 20 minuti, abbiamo montato altri 30 minuti, cercando di rendere il tutto organico. Bypassando i 20 minuti fino a una settimana prima del debutto abbiamo potuto lavorare sul materiale che ci interessava. Il nostro schema di lavoro è fisso. Sviluppiamo dei concetti che ci interessano, improvvisiamo senza restare rigidi, si discute insieme su cosa scartare e cosa approfondire. Il testo invece viene prodotto a parte, attraverso un lavoro di scrittura scollegato dalla prova, che però poi lo tritura. Il testo viene strutturato nuovamente per essere organico con il lavoro fisico.

Qual è la vostra sensazione di fronte al risultato finale?

Lo spettacolo è piuttosto spezzettato, 11/10 significa appunto questo, un’alternanza tra realismo e non realismo, uno spettacolo Lego per così dire. Siamo riusciti a raccontare in ogni porzione ciò che ci interessava in un modo non didascalico, che non si prende sul serio. È sì teatro di ricerca però divertito.

Qual è stata invece la reazione del pubblico?

L’estetica dei venti minuti non è stata riprodotta nel resto dello spettacolo. Questa scelta ha disorientato il pubblico e gli operatori. Le reazioni sono state le più disparate, alcuni l’hanno trovato interessante, altri disorganico. Per noi era interessante realizzare qualcosa che nel complesso non riproducesse i 20 minuti, ma prendesse altre direzioni, probabilmente troppe. Quello che ci diciamo sempre è che 11/10 è stata un’opera prima e la voglia di raccontare ha prevalso rispetto alla capacità di sintetizzare.
Adesso però stiamo tagliando man mano che portiamo lo spettacolo in giro. Nella risposta del pubblico si sente che lo spettacolo sta diventando più fluido, più organico. Per uno spettacolo conta sì il debutto, ma anche le repliche.

La forma del vostro spettacolo non è quindi chiusa e compiuta?

Lo spettacolo contiene degli elementi che possono essere tagliati e degli elementi inizialmente scartati che possono essere reinseriti. Il lavoro è in mano agli attori sulla scena. Acquisendo maggiore consapevolezza possono trovare in scena soluzioni più interessanti, sempre più personali, facendo in modo che il lavoro aderisca sempre meglio agli obiettivi.

11/10 è un lavoro sulla parola ma anche sul gesto. La formazione degli attori del vostro gruppo viene dalla danza, dal Terzo teatro ma anche dal teatro legato maggiormente alla forma dramma. Come conciliate questi ambiti apparentemente così distanti?

Il progetto è partito da un soggetto, da un’idea di testo. Ci interessava che testo e azione avessero pari dignità. Il dialogo è accompagnato da una partitura fortemente fisica. La drammaturgia della parola non domina su quella del corpo, sono assolutamente interdipendenti. Alcune parole non avrebbero senso se non si vedesse in scena una determinata azione.

Cosa vi ha trasmesso Scenario?

Ci siamo iscritti a Scenario senza avere idea di cosa fosse. Cercavamo un modo per uscire allo scoperto. Abbiamo saputo del premio grazie al passa parola. Abbiamo passato le prime selezioni, stupiti dell’accaduto. Siamo arrivati alla finale e alla segnalazione senza neanche rendercene conto. Scenario ha voluto dire contatto con gli operatori, con l’ambiente teatrale. Tutte le repliche e tutto ciò che abbiamo in cantiere deriva da Scenario. È stato un sonoro calcio nel sedere.
L’esperienza è stata molto interessante, soprattutto la possibilità di confrontarsi con altri gruppi. Per noi è stato molto importante avere delle scadenze, essere sotto pressione, dover analizzare con la giuria il nostro lavoro nel corso di un intero anno. Il premio ci ha resi più pragmatici, più concreti.

Voi siete una giovane compagnia che cerca di inserirsi all’interno di un sistema che però non è in grado di assorbire il nuovo. Voi come vi sentite ad essere il nuovo?

Noi affrontiamo la situazione in modo pragmatico e carnivoro. Ce la mettiamo tutta per essere riconosciuti e riconoscibili, per risultare interessanti. Scenario ci ha aiutato molto in questo. Il sistema è cannibale e sei obbligato a mangiarti gli spazi. Peggiore è la situazione più cattivo si deve fare l’artista per cercare di emergere. Noi siamo in emersione, stiamo correndo parecchio. Solo un anno e mezzo fa eravamo soli in un centro sociale a domandarci se una cosa ci convinceva o meno. Adesso possiamo chiederlo a direttori di teatri, a critici.

Avete realizzato un progetto insieme alla Fondazione Sipario Toscana (socio dell’Associazione Scenario N.d.R.). Di cosa si tratta?

È un progetto di teatro per l’infanzia, per ragazzi tra i 6 e i 10 anni, però ci interessa che sia un prodotto malleabile. Là dove un bambino vede qualcosa un adulto può vederne altre. È un lavoro su Hans Christian Andersen, ma come nostra abitudine abbiamo parassitato il materiale di partenza, in questo caso le fiabe.

Teatro Sotterraneo
via Lambruschini, 52 c/o Studio Cirri - 50134 Firenze
tel. 339 1500831
e-mail: info@teatrosotterraneo.it
www.teatrosotterraneo.it

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