SCENARIOnews - N° 2 - febbraio 2006

VISIONI. Un laboratorio per lo spettatore condotto da Lello Tedeschi
estratti di scritture, di Lello Tedeschi

20 giugno 2005 - FAENZA, Premio Ustica per il teatro
24, 25, 26 giugno 2005 - SANTARCANGELO DEI TEATRI, Premio Scenario

Visioni è un laboratorio per lo spettatore che ha accompagnato le finali del Premio Ustica e del Premio Scenario: una riflessione condivisa sulle cose viste collocata a metà strada fra emozione e ragione. A margine della visione di ogni studio, i partecipanti, prevalentemente studenti del Corso di Laurea DAMS e del Corso di Laurea Specialistica in Discipline Teatrali dell’Università di Bologna, generavano immediatamente delle scritture su procedure prestabilite, e attraverso la lettura di esse alimentavano conversazioni e approfondimenti sulla pratica di scena. Non si trattava di esprimere giudizi (che sarebbero affiorati comunque), ma di raccontare il personale vissuto di spettatori attraverso una breve traccia scritta e farne viatico per manifestare un punto di vista da mettere in gioco. L’esito di questa pratica è la scoperta di una fertile molteplicità di opinioni, idee, impressioni in grado talvolta di spostare il proprio punto di vista, o quanto meno di provare a guardare con occhi nuovi. E in tal modo considerare in primo luogo l’esperienza della scena non tanto come ricerca di categorie o etichette o riflessioni “critiche”, quanto come pratica di relazione fra persone, come un sano esercizio di convivenza e di apprendimento.

Cercavo di capire ma non c’era niente da capire di questo laboratorio se non la necessità di una “visione” dello spettatore. Una visione che possa anche capovolgere la struttura dello stesso spettacolo. Soffermarsi su un dettaglio e sentire le parole scorrere senza significato come semplici suoni. Associare, ingarbugliare, tirare le somme e poi distruggere mentre lo spettacolo scorre dinanzi ai tuoi occhi che percepiscono, fisiologicamente parlando, input luminosi: insiemi di linee che a seconda di principi geometrici si associano e appaiono ai nostri occhi come forme. Alla base di ogni progetto l’uomo. L’essere umano che suda, che tocca, che ride, che urla, che finge… Mi ha colpito l’essenzialità di alcuni progetti che hanno portato in scena convinzioni lucide senza troppe giustificazioni.
Mariagrazia

Le scritture sono ciò che resta del laboratorio, promemoria di un’esperienza. Ne propongo alcune, un estratto a titolo di esempio: vanno lette semplicemente per quello che sono, come note a margine di spettatori giovani, curiosi e appassionati.
A proposito di ’A noce, studio presentato a Faenza per il Premio Ustica:

Ho amato la felicità e il sorriso di questa bambina-ragazza disabile. La sua lotta per la libertà mi ha convinta. Le sue urla erano forti e decise; ci ha raccontato giocando la sua vita. Era vera, intensa, forte, testarda, simpatica. Il pregiudizio iniziale non lo ho più; ci ha mostrato la sua disabilità senza maschere. La sua grinta manca a me. Ho amato il suo mangiare ’a noce e la protesta contro il senso comune.
Debora

Ho avuto davanti la sfacciataggine del sorriso, la sua forza. È interessante quando il modo di stare in scena, il modo di muoversi e di parlare, è solo in parte deciso. Quando è imposto da un corpo che detta le sue leggi, limiti, possibilità. È interessante perché quella forza espressiva che di solito l’attore insegue, costruisce, studia, qui è un dato naturale, presente, qualcosa che non si può evitare. Ma è ancora più interessante quando questo non diventa un alibi, ma semplicemente una condizione, come tutte le altre, da cui partire alla ricerca di tempi, azioni, modi espressivi. Inoltre è bello vedere la bravura unita al coraggio, una bravura “artistica” e un coraggio “esistenziale”.
Elisa

E su Quattro, studio vincitore del Premio Ustica:

Un quartiere, quattro storie di vita così diverse e così simili allo stesso tempo… una grossa piaga, la malavita, che, fritta nel solito olio, ha però il solito sapore, niente di nuovo. Un’altra vita stroncata, un’altra morte che passa inosservata… E quelle ali, quelle ali fanno volar via la realtà. Sembra tutta una grande leggenda metropolitana… E invece tutto c’è, sangue, lacrime, frittura, vite.
Nicoletta

Ho sognato spesso la morte, la mia intendo. E penso a quanti piangeranno, a quanti mancherò. Quante vite intreccio con la mia: io un nodo di congiunzione. Non è questione di vanità, ma di felicità. Essere felici perché si è importanti. Ogni presenza può essere un motivo per vivere: forse meglio, forse peggio, ma comunque un motivo.
Marco R.

Non si scriveva solo degli studi ma anche dell’esperienza laboratoriale stessa, che se a Faenza è stata costretta in una giornata e si è configurata alla fine come una sorta di prologo, a Santarcangelo, per la finale dello Scenario, ha trovato un respiro più largo, rivelandosi come un interessante incontro ravvicinato con la vita materiale del teatro e i suoi protagonisti, o con domande che vanno al cuore dell’esperienza della scena:

… Ieri ho conosciuto alcuni ragazzi, attori finalisti del Premio Scenario, in un certo senso è stato abbattuto, o meglio leggermente scalfito, l’invisibile confine che separa il pubblico e la scena… ora oltre che l’artista, l’attore, l’oggetto della nostra analisi, o meglio i soggetti attivi dell’oggetto dell’analisi, che è lo spettacolo… ho conosciuto anche la persona; al di là dell’artista vedo un ragazzo/a quasi mio/a coetaneo/a, vedo una mente, un cuore, un sorriso, dei sogni, delle paure, dopo aver avuto un contatto umano con loro sono molto meno obiettiva, essendo una persona emotiva rischio di farmi condizionare… anche se, al di là delle persone conosciute e delle possibili amicizie nate, devo dire che i loro spettacoli mi erano piaciuti a prescindere!...
Valentina

Ecco: il solito problema: capire COSA è davvero emozionante, inquietante, nuovo. Devo ancora capirlo. Dove finisce lo spettacolo rassicurante, quello che corrisponde alla mia idea di teatro e coccola le mie idee (chissà quanto) preconfezionate e inizia l’emozione vera e mai provata? Ma l’ho mai provata davvero? Forse sì. O forse era commozione profonda, o divertimento - altrettanto profondo - o storia emozionante. Boh. Che corde devono essere toccate? Ma poi ce le ho queste corde? Ma sono in grado di riconoscerle? E poi: la questione del nuovo… ma COSA è “nuovo”? ma si può fare qualcosa di nuovo… ancora? A volte ho l’impressione che tutto sia già stato fatto e scoperto e descritto. Dove lo vado a cercare il nuovo? Ma poi forse è che a posteriori si capisce QUANTO è rivoluzionaria una cosa.
Antonella

E per tornare agli studi, riferendoci ai primi quattro classificati del PremioScenario, partendo da ’O Mare:

Ho corso insieme ai personaggi per scappare dalle paure della vita, dalla polizia, dai cattivi. Ho corso verso la mia libertà, i miei sogni, il mio mare. Cinque voci, cinque storie, un solo obiettivo, il mare, un capo un po’ improvvisato che malgrado una vaga democrazia decide alla fine da solo, più per gioco forse che per smania di potere. Questa storia pulsa, è sanguigna… vi trovano spazio amore, sete di vendetta, un matrimonio, un funerale mal riuscito e un processo giocattolo. Alla fine poco importa come andrà a finire, ciò che conta è che anche in mezzo alle tresche più contorte ci sia sempre spazio per una risata, un po’ di cabaret, non dimenticando mai che stiamo correndo verso il mare.
Nicoletta

Qualcosa da Sala:

Un assolo danzato poco comunicativo. Un accartocciamento poco interiorizzato. Barcollo.
Chiara

Una schiena che è un volto. Un volto che è una maschera. La doppia distanza si annulla. Nessun filtro. Percepisci e senti con il corpo perché osservi un corpo. Un corpo che esprime sensazioni, stati, condizioni. Corpi che dialogano. E non è necessario cercare di scindersi ed elaborare pensieri con la mente. Come se lei avesse superato la scissione imposta… Perché dal corpo l’interiorità traboccava…
Francesca

11/10 in apnea:

Veloce, ritmato, incalzante, perdifiato, non un minuto per pensare… stordisce e travolge i sensi e la mente, ti risucchia nel suo vortice di parole, suoni ammassati, partoriti, letteralmente vomitati… oggetti strani, curiosi, assurdi, una piccola bottega degli orrori quotidiani fa da scenario ai nostri quattro personaggi; incarnazione vivente di paranoie, nevrosi, stupri mentali della nostra epoca… i corpi vibrano, si muovono, scattanti, come dominati da una forza violenta e viva, dannatamente viva, che sembra non appartenergli, che quasi subiscono. Momenti, frammenti di verità nell’estremo paradosso della vita…
Valentina

Il deficiente, studio vincitore del Premio Scenario:

Una panca di legno può essere trono da cui chiedere, da cui urlare richieste da soddisfare senza replicare. Perché non si può negare niente a chi non può soddisfare da solo le sue necessità. Ma davvero non può? C’è bisogno di urlare? E chi è lì per soddisfare le richieste può usare questo come alibi per non fare altro? E dall’altra parte si può pretendere che i legami famigliari obblighino a fare quello che non si accetta dalle istituzioni preposte? Domande che si esplicano in un rapporto sempre in esplosione, sopratono, forte. Fortissimo.
Antonella

Siamo tutti deficienti e siamo tutti ciechi, poco ma sicuro. Ma davanti a cosa, a chi? Il protagonista sogna i terribili servizi sociali quando in realtà a risultargli fatale sarà la guarigione dalla sua deficienza. Quante volte abbiamo desiderato di non poter vedere le piccole ingiustizie famigliari, le bugie della persona amata? Ci nascondiamo di nascosto dietro alle nostre deficienze, perché fa comodo, perché tante volte è difficile essere il più forte, il più fortunato. Il messaggio è crudo, forte, secco, e a farsene portatori attori che sanno davvero toccare corde profonde, sentimenti veri.
Nicoletta

E per concludere, una nota a proposito dell’esperienza e una rivolta alla giuria:

Ho avuto l’occasione di conoscere qualcuno degli attori che hanno partecipato al festival questi due giorni. E’ interessante vederli prima in scena e poi tra il pubblico o in un giardino. Scoprire quanto lavoro c’è dietro quello che ci hanno presentato. Questi due giorni sono stati intensi e tra qualche ora ripartirò carico, con tanta voglia di fare. Le mancanze che ho notato in scena sono anche mie mancanze ancora. Alcuni progetti di spettacolo seguono direzioni di lavoro che sono anche mie, che mi interessano; altri invece hanno aperto per me nuove possibilità, nuovi interessi che forse per ora rimarranno da parte, ma già avere la consapevolezza di cosa si può fare, è un buon acquisto.
Marco R.

Alla giuria: non so come andrà a finire questo Premio, ma vorrei che premiaste non solo modi nuovi di fare arte, o sosteneste contenuti e forme nuove… interrogatevi anche su quello che un premio alle nuove generazioni può fare per cambiare le modalità della produzione, diffusione e circuitazione del teatro, che è una questione strettamente legata al risultato artistico… pensateci…
Antonella

“A teatro – ha scritto Flaiano – si ritrovano i simboli delle cose perdute di vista”. Forse è a caccia di queste cose, che ci siamo inoltrati attraverso il laboratorio. A volte le abbiamo trovate a volte no, ma era questo in fondo l’esercizio, posso dirlo solo ora, a cose fatte e a testi riletti. Ed è in questa chiave – senza dircelo – che le opinioni hanno viaggiato e ci hanno a volte permesso di comprendere qualcosa di più su come si possano manifestare più efficacemente, sulla scena, quei simboli, ritrovandoli dentro e fuori di noi.

Hanno partecipato al laboratorio: Debora Angella, Mariagrazia Bazzicalupo, Nicoletta Caminada, Primo Fabbioni, Antonella Lamparelli, Chiara La Piana, Marco Maldotti, Elisa Piselli, Marco Remedia , Francesca Savini, Valentina Scocca, Maria Luisa Sementilli.
Li ringrazio di cuore per la fatica che hanno dovuto sopportare e i sentimenti e le ragioni che l’hanno alimentata e sostenuta.

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