SCENARIOnews - N° 2 - febbraio 2006

Fuori e dentro il guscio
intervista a Barbara Apuzzo
di Francesca Bortoletti

La prima edizione del Premio Ustica per il teatro 2005, oltre a proclamare il progetto vincitore, ha assegnato una menzione speciale della giuria al progetto ’A noce di Barbara Apuzzo. Il racconto ironico di un pappicio, un piccolo animaletto che vive all’interno del guscio di una noce nutrendosi del suo frutto, che l’autrice cuce su di sé, dal testo alla scena, in una sapiente scrittura teatrale e con un’intensa interpretazione modellata entro i limiti e la forza espressiva della sua disabilità. Ne parliamo con lei.

Come è nato il tuo progetto ’A noce?

L’idea di ’A noce è lontana, risale a molti anni fa… Nasce con l’idea di voler scrivere un libro. Mi sentivo fortemente vicina a questo pappicio. Solo dopo ho incontrato il teatro.
La mia ricerca teatrale è stata mossa da una certa consapevolezza che, se io entravo a fare parte di uno spettacolo o di un saggio o comunque di un evento teatrale, tutto il mondo circostante e quindi anche gli altri attori si dovevano in parte adeguare alla mia presenza. Da questo è nato un po’ tutto…
Ho seguito diversi corsi di recitazione con Claudio Morganti, Mauro Maggioni ecc. Poi ho incontrato Laura Curino con cui ho seguito due seminari e lei mi ha aperto gli orizzonti sul mondo della narrazione. Fu determinante: mentre stavo leggendo una cosa lei mi disse «piano, leggi piano». Era una cosa per me difficilissima leggere piano. In molti anni di logopedia mi hanno sempre detto di leggere e parlare veloce… Invece nel mondo del teatro è completamente l’opposto. E lei, la Curino, mi fece scoprire un amore tale nel raccontare le cose, nel leggere, nel guardare negli occhi gli altri… raccontando.
Ma anche allora il tutto era rimasto ancora fermo a un’idea che avevo di voler fare delle cose, mai più di tanto sviluppata. Ho quindi incontrato Gigi Gherzi. Mi ricordo che il primo lavoro che Gigi ci fece fare fu sul conflitto tra la fretta e la calma. Da lì è nato un lavoro su di me, sulla mia lentezza, sulla manifestazione di questa lentezza in scena, che ho poi riportato anche nello studio. Da una mia idea di voler lavorare su una contrapposizione e similitudine tra il mondo delle risate e il mondo delle lacrime, ho poi iniziato a pensare e lavorare teatralmente a ’A noce. Ho cominciato così a ripercorre i miei primi vent’anni e a scrivere scene significative della mia vita. Poi, avendo in mano il materiale, ho pensato allo sviluppo dello spettacolo. E così è riaffiorato il ricordo del pappicio.
C’è stata una bella battaglia… non sapevo bene se chiamare il progetto Pappicio o ’A noce. Ma dopotutto la noce è un po’ tutto il mondo che sta intorno a questo pappicio.

’A noce potrebbe definirsi un racconto tra provocazione e ironia. Quale ruolo ha l’ironia per te e in questo progetto?

L’ironia è l’umore prevalente di questo progetto, nel senso che io non ho mai voluto far pesare il mio handicap, anche se è un dato molto presente e assolutamente non trascurabile di questo lavoro.
Il seminario con Morganti fu, in questo senso, per me molto importante. Lì fu la prima volta che tirai fuori una vena ironica e scoprii che con questa vena ironica ci stavo bene. Lavorammo sulla Salomè. Io ero uno dei due paggi e venne fuori una chiave ironica e per me fu importante.
Tutta la mia ricerca è stata basata sull’ironia, sul prendere le cose… girandoci attorno, mai andandoci troppo diretta, ma facendole arrivare con altre strade.

Per esempio?

Ti dico, non è un caso che non parli mai nello spettacolo del mondo del lavoro. È stata una scelta, perché sapevo che se avessi parlato del mondo del lavoro sarebbe venuta fuori una scena molto retorica… sai, i testi in cui condanni la società… Io invece non voglio condannare nessuno, o meglio, forse condanno anche in ’A noce, ma con ironia. Ci ho provato in realtà a parlare di lavoro, ma in questa scena non veniva fuori l’ironia, non veniva fuori la freschezza del pappicio.

Come è proceduto il tuo lavoro verso lo spettacolo compiuto?

Ho tentato di lavorare a un’apertura verso il mondo esterno. Nel senso che nel progetto mancava una visione diciamo più universale che volevo arrivare ad esprimere, sebbene sempre partendo da me. Ci ho lavorato attraverso lo studio di alcune scene.
Ho lavorato sul mondo della palestra e dei “palestrati”, in cui sempre con la chiave dell’ironia mi sono confrontata con una realtà che ti considera inappropriata per entrare in quel mondo… meglio lo studio di un fisioterapista!
Ho lavorato a una scena in cui il pappicio si trova in un buco nero, che potrebbe essere proprio il mio handicap o la solitudine. Lo abbiamo visto finora sempre un po’ vincente, in fondo gli va tutto bene.
Mi piacerebbe inoltre lavorare sul mondo dei bambini. Credo che il personaggio del pappicio sia molto vicino al mondo dei bambini. Credo li senta molto simili. Forse per il suo passato da bambino che non è stato facile. Forse perché in ogni bambino rivedo un piccolo pappicio.
Inoltre ho scritto una scena che in parte riprende quella iniziale del sogno del gabbiano… riparto da quel sogno e immagino ancora di volare fino a quando non incontro un ragazzo che si sta buttando da una montagna e che vedo però sospeso, come se mi aspettasse… e poi riesco a salvarlo.

Perché salvarlo?

L’idea è come se il pappicio non abbia bisogno di angeli custodi, ma abbia bisogno di sentirsi un angelo custode, come se avesse bisogno di salvare l’umanità… una cosa che ho molto anch’io nella vita reale. In realtà questo si vede già nella scena iniziale del gabbiano che scende a salvare qualcuno in pericolo. Possiamo dire che questo angelo custode rimane una domanda drammaturgica che alla fine, nello spettacolo, deve essere chiusa in un qualche modo.

Come hai vissuto l’incontro con Scenario e con il Premio Ustica?

Aldilà della menzione speciale, il Premio Ustica ha avuto un ruolo fondamentale. Io questa cosa l’ho cominciata un po’ per gioco perché vedevo molte barriere, molte difficoltà anche a livello personale. L’ambiente di Scenario mi ha fatto invece capire che anche un progetto come il mio può avere visibilità a tutti i livelli. Probabilmente è riuscito a dare alla mia persona una connotazione più di attrice. Nel senso che io questa ricerca la portavo avanti come una cosa mia, il premio invece mi ha fatto prendere coscienza anche delle capacità e delle doti artistiche che ho.
Il confronto con la giuria mi ha inoltre permesso di comprendere ancora più cose del mio progetto e di ciò che stavo facendo e mi dà ora la possibilità di far conoscere questo studio e, ovviamente, di continuare a scrivere e a lavorare… sempre con la collaborazione di Edoardo Favetti.

Stai lavorando anche ad altri progetti teatrali?

Sto lavorando ad un nuovo progetto sul Tamburo di latta, ancora a partire da un laboratorio con Gigi Gherzi e ancora da sola in scena. Mi sono posta il problema se coinvolgere anche altri attori, ma siamo arrivati alla conclusione che anche questo progetto non ha bisogno di altre persone. Ad ogni modo sono consapevole che, semmai metterò in atto un terzo progetto, si riparlerà di altri attori in scena. Certamente trovare una persona che vada in scena insieme a me, che si adatti alla mia presenza in scena, ai miei tempi non sarà facile… ma credo sia una bella ricerca, da cui puoi ricavare interessanti emozioni sia in positivo che in negativo. Anche questo mi spinge ad andare avanti nella ricerca personale e teatrale.

Compagnia del Pappicio
Barbara Apuzzo via Ugo La Malfa, 12 - 20090 Opera (MI)
tel. 02 57604073 cell. 333 1027034
e-mail: flyfrog76@hotmail.com

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