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Teatro Incanto (ora Teatro dell'Orsa - Reggio Emilia)
Cuori di terra

Memoria per i sette Fratelli Cervi
progetto di narrazione/spettacolo
ideazione, drammaturgia e realizzazione Bernardino Bonzani, Monica Morini
ricerca musicale e composizione Davide Bizzarri (violino)
esecuzione musicale Claudia Catellani (piano), Giovanni Cavazzoni (contrabbasso)
si ringrazia per la ricerca del materiale documentale l’Istituto Alcide Cervi di Reggio Emilia

Teatro dell’Orsa
c/o Bernardino Bonzani e Monica Morini
via Freddi, 69
42100 Reggio Emilia
tel/fax 0522 374135 cell. 335 5413580
orsa@teatrodellorsa.com
 

Spettacolo vincitore Premio Ustica per il Teatro 2003

Motivazione della Giuria
“per la lettura non agiografica della storia dei Fratelli Cervi riletta nella complessità di una vicenda che connette impegno politico e battaglie quotidiane per l’emancipazione della persona e il progresso nelle relazioni umane, nel lavoro e nella società.
Un lavoro arricchito da verità ed efficacia recitativa e da un’attenta ricerca storica e musicale.
Il punto di vista femminile rilegge l’intera vicenda anche grazie alla capacità interpretativa della protagonista”.

 

Cuori di terra
Qui da questo filare comincia la terra dei sette fratelli. Questa piana sono state le braccia dei sette fratelli a lavorarla, questi canali, questa vigna, ogni cosa qua intorno, l’hanno fatta i sette fratelli; e questa è la loro fattoria, quella è la stalla, la famosa stalla razionale, orgoglio dei sette fratelli, e le bestie famose per il latte e per il peso, e là sono gli alveari di Ferdinando, il quarto dei sette, l’apicoltore; ed ecco l’ala della casa che fu incendiata quella notte, ecco le finestre da cui i fratelli risposero al fuoco dei fascisti, ecco il muro contro il quale furono messi in fila a mani alzate dopo che Gelindo aveva salutato le donne e detto che resistere non si poteva più e che conveniva arrendersi per poi cercare di scappare, e Aldo aveva detto che stessero tutti tranquilli, che avrebbe preso lui la responsabilità di tutto e così anche se lo fucilavano restavano sei di loro a far andare avanti la campagna; la storia dei sette Cervi si è svolta tutta qui, in questa fattoria, su questa terra..

(Italo Calvino)


Forse in un’aia di una corte contadina, sotto una barchessa o in una stalla, si dovrebbe provare a raccontare questa storia, il sacrificio di una famiglia reggiana unita come le dita di una mano. Parole di pace, di uguaglianza, di solidarietà, di progresso.
La storia dei Cervi, così emblematica per il suo esito tragico, rappresenta la storia di molte famiglie emiliane, quella di un popolo che matura una consapevolezza politica e sociale orientata verso i principi solidaristici ed umanitari, un cammino di emancipazione che inizia sul finire del 1800 e si manifesta con l’antifascismo e la Resistenza.
Ma quello che rende più singolare la vicenda dei Cervi è la grande vitalità che si intravede. Il coraggio, la capacità di iniziativa e di comunicare, di fronteggiare fascisti e padroni, l’intelligenza, l’arguzia, il clima di allegria e di virile felicità con cui la famiglia visse dal principio alla fine la sua tragedia.
Non c’era nessuno, avevo paura di trovarli morti per strada. Sul ponte una guardia diceva che erano in prigione. Piovigginava. Sotto il portico la stalla bruciava, le bestie scappavano per i campi. La guardia comunale che stava lì diceva: “Ma anche loro! Facevano delle cose…” In cucina dei fascisti arrostivano dei cotechini, sopra a un grosso fuoco acceso con la cesta che si adoperava per il pane. Dei bottiglioni di vino davanti, bevevano come fossero stati a una festa.
Desolazione, paura, sconforto. Il senso di abbandono di Margherita quando vengono a portarle via il marito Antenore con il padre e i fratelli. Rivivono testimonianze e racconti. Occhi che hanno visto, le presenze silenziose ma fondamentali delle donne, madri, mogli e sorelle, parole udite, suoni, musica e gesti. Frammenti, sguardi scomposti come da un prisma.
Una grande ricchezza di situazioni, tante figure che paiono quasi trasmettere una speciale energia epica. Siamo partiti dall’oralità del racconto, come di bocca in bocca, si facesse “filoss” sulla paglia, sotto le volte della stalla. Per contaminare l’attore in scena, i libri di Alcide e Margherita Cervi, le testimonianze dei nipoti, degli ultimi sopravvissuti, i documentari, le lettere, i documenti e gli oggetti del Museo Cervi, i quaderni e gli scritti di letterati, politici, scrittori. Un percorso fatto di suggestioni e di inevitabili rimandi alla tragedia antica di Eschilo, di Sofocle: “Sette condottieri alle sette porte, molte armi di bronzo lasciarono a terra”. O alla leggenda epica ripresa da Kurosawa nel film I sette samurai: “I veri vincitori sono i contadini, legati alla terra, e non i samurai, che visitano la terra come il vento”.
La parola poetica è veicolata dalla musica, composta e ispirata sul materiale documentale. Una musica che attinge alle suggestioni provenienti da esperienze di maestri contemporanei e che cerca punti di riferimento anche nella storia musicale locale. Nei tempi recenti, con gli anni ’70, prolifici a Reggio Emilia di compositori di musica contemporanea e, più indietro nel tempo, con la tradizione dei Violini di Santa Vittoria. Fin dal’700 infatti, nella Bassa pianura reggiana, alcuni lavoratori stagionali si dedicarono durante i tempi morti del lavoro nei campi alla musica da ballo, creando uno stile originale grazie al miscuglio di tradizioni che in questa zona si incontravano: dalla musica austriaca, a quella magiara ed ebraica.
Musica di festa, vitalità, movimento che si fa danza, come nell’imbandigione di pastasciutta che la famiglia offre a tutto il paese per festeggiare il crollo del regime, all’indomani del 25 luglio.
Racconta papà Cervi: ”Andavano sempre alle balere, dove c’erano le feste da ballo. Quando arrivavano in una balera, le ragazze dicevano: ci sono i Cervi. E allora erano sette ragazze che partivano dalle braccia degli altri. Poi, tra un ballo e l’altro, tutti e sette si mettevano all’orchestra e suonavano e cantavano, meno Ferdinando, che era negato per la musica e faceva sempre finta di aiutare qualche fratello.”
Teatro Incanto (ora Teatro dell’Orsa)

Il nucleo del gruppo è costituito da artisti, residenti a Reggio Emilia, con percorsi individuali differenti, che, attraverso il lavoro pratico di messa in scena di narrazioni/spettacolo in musica e parole, hanno individuato una modalità espressiva comune. Dal 2000, attorno a questo esercizio e alla ricerca in evoluzione dei linguaggi comuni, sono nati progetti e sono stati realizzati lavori teatrali, grazie anche al contributo e alla collaborazione artistica di altri soggetti.
Questi lavori teatrali nascono da una richiesta forte del territorio, dove gli artisti operano in stretta connessione con le istituzioni pubbliche e scolastiche. Spesso i temi e le ispirazioni prendono vita da intuizioni che trovano nella storia e nel presente della città la fonte primaria. Sono lavori che escono dai tradizionali spazi teatrali per farsi incontro al pubblico, nei luoghi vivi della città.
Dall’incontro di competenze artistiche diverse possono nascere collaborazioni che portano in sé l’esigenza di indagare in forma attiva sui linguaggi della scena, delle scritture, al plurale, perché diversi sono i linguaggi che producono senso: musiche, presenza dell’attore, dialoghi, ma anche spazio, movimento, luci e così via.
Dall’inizio della nostra collaborazione, ci appariva evidente che il testo di parola, comunque portatore di gran parte dei significati, non possedeva, da solo, quella potenza artistica rivelatrice di senso che proviene dalla musica e dal corpo dell’attore.
Lo svilupparsi in noi, sul lavoro, di una consapevolezza e di una necessità di intrecciare i vari codici, lasciando prevalere ora l’uno, ora l’altro, ha fatto sì che potessimo avvicinare e al tempo stesso valorizzare le drammaturgie della musica, del corpo dell’attore, della pura oralità.
La nostra ricerca, in questo senso, ha aperto a noi stessi nuovi orizzonti e visioni teatrali. L’essere al tempo stesso autori/compositori, registi/direttori e attori/esecutori ci spinge continuamente a ripensare il valore della comunicazione estetica e a considerare come parte indispensabile della nostra ricerca l’esplorazione di drammaturgie a noi nuove, come quelle dello spazio, della luce, del gesto.
 
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